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Mons. Giovanni Cazzani e la Lettera ai lavoratori della terra (1907)

Mons. Giovanni Cazzani e la Lettera ai lavoratori della terra (1907)

a cura di MARINO MENGOZZI e CLAUDIO RIVA

«Saggi e repertori», 38

«Sorprendente! Appare così, letta oggi a centodieci anni di distanza, la

Lettera pastorale che Giovanni Cazzani (vescovo di Cesena dal 1904 al 1914)
indirizza alla sua diocesi nel 1907: Il vescovo di Cesena nel nome di Cristo ai lavoratori della terra, ai proprietari, al clero, prosperità e pace nella giustizia e nella carità.

Il contesto degli accadimenti, nel corso dei quali matura un documento
pastorale fra i più ufficiali del magistero episcopale, è noto: in Romagna,
specie nella zona ravennate-forlivese, esplode una forte tensione sociale
intorno ai patti agrari o colonici, che vede protagonisti i proprietari, i
contadini e i braccianti. Gli anni d’apertura del Novecento (1900-1908) nel
Cesenate sono segnati dalle lotte agrarie, che hanno un duplice picco nei
periodi 1901-1903 e 1906-1907. I contrapposti protagonisti della scottante
questione agraria sono da una parte la massa degli impiegati nei lavori
della terra (mezzadri e braccianti), dall’altra i proprietari e padroni;
motivo scatenante e dirompente, le miserevoli e drammatiche condizioni di
vita dei lavoratori: salari bassi, case malsane, lavoro precario, mortalità
alta, indebitamento elevato. Entrano nell’agone i partiti popolari
(repubblicani e socialisti), il padronato (che comprende anche proprietari
terrieri di area cattolica, capeggiati dalla figura di spicco del marchese
Lodovico Almerici) e poi i democratici cristiani che fanno capo a Eligio
Cacciaguerra e a don Giovanni Ravaglia. La sensibilità e l’appartenenza
ecclesiale di questi ultimi generano l’importante fenomeno della promozione
delle Casse rurali (vi sono i parroci a prendere l’iniziativa, convinta,
decisa e subito contagiosa) e delle dinamiche riformatrici dei patti
colonici. Nel bel mezzo di simile tempesta – siamo nel 1904 – giunge a
Cesena un vescovo giovanissimo (ha 37 anni), intelligente e dinamico,
innamorato del Vangelo e della Chiesa, pronto a calarsi nella realtà
affidatagli con tutte le sue forze.

[…] All’esordio del secolo xx un vescovo rivolge al suo popolo parole
nuove, dirompenti, divisive, immediatamente osannate o vituperate perché
davvero troppo nuove, anche per il clero stesso (e figuriamoci per la Curia
romana, che – nonostante la giovane lezione della Rerum novarum
da subito vuole vederci chiaro); sono parole dettate da un amore all’uomo
che, all’esordio del secolo xxi, ci richiama quello di papa Francesco (che
sia meglio per l’umanità avere molta pace e poca ricchezza lo si comprende
bene e meglio proprio oggi, a partire dalla Laudato si’ di
Bergoglio).

Ma ormai il dado era tratto, il gesto compiuto, piantata la novità di uno
sguardo serenamente e coraggiosamente spalancato sulla realtà cangiante; ci
avrebbero pensato il tempo della storia e quello della Chiesa (talora
appaiati, talaltra no) a dire l’ultima parola di verità: così oggi il
vescovo Cazzani è incamminato sulla strada – quella ufficiale della Chiesa
perché quella della storia l’ha già percorsa – dell’onore degli altari e
della santità. Anche per una giustizia umana: e pazienza se spesso non è
puntuale» (dal saggio di Marino Mengozzi).

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